IMPRONTE DI PIEDI SCALZI DI DONNE SULLA STRADA - RICORDI DI UN PASSATO RECENTE



IMPRONTE DI PIEDI SCALZI DI DONNE SULLA STRADA - RICORDI DI UN PASSATO RECENTE. Massa Lubrense (NA), Termini, via Campanella.
L'ultima volta che la ho percorsa era così. So che oggi è cambiata e frequentata da tanti escursionisti attrezzati con scarpe sportive. 
L'antichissima strada del Promontorium Minervae della Carta Peutingeriana, decantata da miti, descritta da storici ed archeologi, visitata da studiosi ed ecologisti di tutto il mondo, è stata la mia strada sin dall'infanzia dopo la metà degli anni 1960. 
Il suo "grande" passato si rintraccia nei libri di storia e persino nei motori di ricerca in rete. Ma la sua storia "minore", autentica e recente, non scritta, vissuta dagli abitanti dall'indole sensibile e laboriosa, è impressa in impronte invisibili, lasciate sul piano di calpestio e nella memoria di persone datate, come me ed anche più. 
Ero piccola, ma ricordo persone che passavano di qui a piedi scalzi. Erano soprattutto donne dal fisico forte, polpacci sviluppati, fianchi larghi, schiena e spalle stabili, cervicale invidiabile, testa alta e diritta coperta dal fazzoletto colorato; trasportavano sulla testa, sopra il cercine, enormi carichi di fieno avvolti in tela di sacco, che con il loro ingombro occultavano le portatrici; il loro cammino silenzioso era fatto di lenti passi di fatica per la sopravvivenza in una terra meravigliosa ma arida, e di amore per le loro mucche, la loro ricchezza e la loro gioia, animali che offrivano alimenti e compagnia, che dopo i parti nelle stalle si sdraiavano su lenzuola candide, ricamate, da corredi prodotti da mani sapienti. 
Le donne portatrici di fieno camminavano in gruppo e, quando si fermavano sulla salita per riposarsi deponendo a terra il carico, scoprivo i loro volti, occhi scuri e sorriso accattivante, dolce, gentile, altruista. Chiedevano sempre: come stai? e dicevano poco di sé. 
Quando riprendevano il cammino, si aiutavano tra loro ad issare in spalla il carico, assecondando lo sforzo con un suono inconfondibile che seguiva muscoli e respiro, un suono antico. La loro tecnica era quella del sollevamento degli odierni bilancieri, ma con un valore aggiunto di necessità ed umanità. 
Ricordo volti e nomi e soprannomi di queste donne. 
Una donna camminava da sola, sempre indietro rispetto alle altre. Era molto anziana, piegata a 90 gradi dal peso della vita, degli acciacchi e del fieno, vestita sempre di nero con una lunga gonna che toccava il suolo; qualche volta, passando in auto sulla stradina, mia madre le offriva un passaggio, ma lei era orgogliosa, accettava solo dopo un lungo cerimoniale. Il carico veniva issato da noi sulla "pagliarella" che riparava il tettuccio della 850 Fiat dal sole cocente e la signora si sedeva avanti, ed il profumo delle erbe secche che sapevano di mediterraneo invadeva l'abitacolo; in pochi minuti raccontava tante cose della sua vita, gioie e dolori, felicità e sofferenze. La sua mucca forse è morta dopo di lei, se ricordo bene. Onore a queste donne, non dimentichiamo le impronte dei loro piedi scalzi impressi nella terra della strada. 

ARCHITETTURE-CAMMINO
(logo di Irene Munzù)







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