CAMMINI E LAVORO DELLA CUSTODE DI UNA CASA RURALE, NELLA TERRA AFFACCIATA SUL MARE – RICORDI DI UN PASSATO RECENTE

 

CAMMINI E LAVORO DELLA CUSTODE DI UNA CASA RURALE, NELLA TERRA AFFACCIATA SUL MARE – RICORDI DI UN PASSATO RECENTE. Massa Lubrense (NA), Termini, via Campanella.

Qui l’estrema propaggine della penisola sorrentina è una terra che sembra sospesa fra cielo e mare, circondata dall’azzurro, appartata e protesa verso l’isola di Capri. Chi cammina volgendo lo sguardo verso l’orizzonte può provare la sensazione di trovarsi in equilibrio precario su una terra inclinata a 45 gradi, attestata sul fianco di una montagna inospitale, in cui la bassa macchia mediterranea cresce su un suolo arido e roccioso, che scivola verso il mare e vi si immerge con rocce strapiombanti ed inaccessibili.

Ma questo lembo di terra, abitato sin dall’antichità da genti la cui storia si confonde con il mito, favorito dal clima sempre mite, baciato dal sole, battuto dai venti e dalle correnti, percorso da nubi, arcobaleni e trombe marine, custodisce spazi sorprendenti ed accoglienti. Nei secoli il lavoro paziente dei coltivatori ha strappato alla montagna porzioni di suolo piccole e strette, ha disegnato e costruito microspazi rurali piantumati ad oliveti ed a “giardini” di agrumi su terrazzamenti delimitati da muri a secco in pietra, accessibili attraverso scalette e sentieri tortuosi.

Sin dall’infanzia, negli anni 1960-1970, ho esplorato in lungo ed in largo i terrazzamenti delle località Canciello, Namonte, Pezzalonga e Fossa Papa, e mi sono spesso soffermata innanzi a piccole case nascoste tra gli oliveti, invisibili dalla strada principale; alcune di queste case erano disabitate e sempre chiuse, forse perché gli abitanti erano emigrati o si erano trasferiti in paese, ed erano utilizzate come luoghi di deposito e come punti di appoggio per la raccolta delle olive.

(foto di Elia Fontana)

In quegli anni, in un’antica casa la vita rurale si svolgeva ancora secondo ritmi atavici, gestita da una donna che vi abitava, che custodiva saperi e tradizioni, e che li praticava con laboriosità costante, instancabilmente. Sono trascorsi molti decenni, ma ricordo bene il sentiero, la casa, gli annessi, gli spazi coltivati, la donna, i suoi fiori ed i suoi animali.

La casa si raggiungeva attraverso un sentiero a zig-zag con tante rampe, che dalla strada discendevano tra terrazzamenti in cui gli olivi crescevano e fruttificavano nella terra arida. La casa era un esemplare di architettura spontanea tipica del luogo, costituita da volumi cubici accostati, realizzati in spessa muratura di pietra con intonaco rustico, localmente scrostato, che portava i segni e la patina del tempo e dell’esposizione al sole, al vento ed alla salsedine. Le coperture erano volte estradossate ricoperte con il “battuto”, perimetrate da superfici che fungevano da canali di gronda attraverso i quali l’acqua della pioggia veniva incanalata in una o più cisterne sottostanti.

La casa era circondata da scale e pianerottoli sui quali erano appoggiati contenitori pieni di fiori colorati, gerani di varie specie, fucsie, dalie e zinnie, oltre ad erbe aromatiche tra le quali emergeva il basilico, profumatissimo e rigoglioso. Osservavo con curiosità i contenitori, che comprendevano sia vasi di terracotta, sia secchi, vecchie pentole o tegami adibiti a nuovo uso da un’anima gentile e delicata. A lato della casa c’era la stalla, in cui vivevano le mucche che a volte partorivano i vitellini. Poco oltre, percorrendo un sentierino, si giungeva al “giardino” di limoni coperto con “pagliarelle”; era uno spazio ombroso e profumato, in cui la donna raccoglieva ed offriva limoni dalle forme più disparate, che crescevano in ambiente super-bio, concimati con il letame degli animali.  Sul lato opposto della casa ricordo la porcilaia, i maiali e la vasca di raccolta del letame, tanto puzzolente quanto efficace e magico nel nutrire la terra dell’orto, in cui crescevano pomodori e verdure di ogni sorta, ed il vigneto. Le visite alla casa ed agli animali erano interessanti, specialmente quando si incontravano le cucciolate di cani e gatti da coccolare in braccio o da rincorrere.

La donna era piccola, dal fisico minuto, asciutto ma muscoloso; camminava quasi sempre scalza, e raramente con ciabatte; indossava abiti a fiorellini con piccola scollatura a V segnata dall’abbronzatura, portava sempre un fazzoletto sulla testa, gli orecchini, ed al collo una catenina. I capelli erano raccolti sotto il fazzoletto, forse intrecciati e tenuti su con le forcine; non ricordo di averli mai visti esposti al sole. Nella casa la donna, con l’aiuto dei suoi familiari, faceva il pane nel forno a legna, raccoglieva uova delle galline ed il latte delle mucche; inoltre confezionava salsicce ed altri derivati dall’uccisione del maiale. La vendemmia era uno spettacolo: sulle coperture della casa i grappoli venivano pestati con i piedi ed il succo scorreva giù attraverso le pluviali e poi veniva imbottigliato.

Ho avuto la fortuna di vedere con i miei occhi tutto ciò e di assaggiare prodotti davvero genuini, dai sapori oggi dimenticati. Me ne sono ricordata decenni dopo, quando ho condotto i miei figli piccoli in visita in vari agriturismi campani che di rurale avevano ben poco, a parte qualche capretta e poche galline, in spazi enormi adibiti a tavolate di ristoranti in cui si cucinavano cotolette e patatine fritte surgelate, estratte da mega-buste industriali.

Dopo la metà degli anni 1970 la donna e la sua famiglia si trasferirono in paese, ma lei non abbandonò il suo mondo e la maggior parte delle sue attività. Ricordo che percorreva su e giù la strada la mattina e la sera per nutrire gli animali e per curare le piante. Negli anni successivi sembrava senza età, come se l’invecchiamento non la toccasse, a parte qualche filo grigio dei capelli che uscivano dal fazzoletto e gli occhiali; la ricordo dritta, salda e tonica finché la ho vista camminare sulla strada.

La casa è stata adibita ad altro uso, il sentiero è stato asfaltato, il suolo è coltivato diversamente; la maggior parte delle casette rurali un tempo disabitate sono state recuperate. Le economie sono cambiate in fretta, ma i ricordi della realtà rurale autentica del passato sono fissati nella memoria e non devono essere persi, perché costituiscono parte integrante della cultura e della storia recente della comunità di Termini e della terra Lubrense.

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(logo di Irene Munzù)





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