CAMMINO IN PUNTA DI PIEDI SULLA STRADA SOTTO IL MONTE, TRA VOCI E VOLTI DI VITE TRONCATE - RICORDI DI UN PASSATO RECENTE

 

CAMMINO IN PUNTA DI PIEDI SULLA STRADA SOTTO IL MONTE, TRA VOCI E VOLTI DI VITE TRONCATE - RICORDI DI UN PASSATO RECENTE. Massa Lubrense (NA), Termini. Monte San Costanzo.
Il paradiso degli escursionisti sull'estrema propaggine della penisola sorrentina parte dalla cima di questa montagna, che con la sua bellezza celebra un inno alla vita. La natura è  generosa di luce, di sole, di colori e di profumi su questa vetta, che emerge netta nello skyline, visibile fino ad un centinaio di chilometri di distanza da tutte le terre che si affacciano sui golfi di Napoli e Salerno. E' il Monte San Costanzo, belvedere con affacci da capogiro a 360 gradi tutt'intorno, sospeso nell'azzurro, di fronte al crinale di Punta Campanella ed all'isola di Capri, spartiacque tra due mari. 
Ma la montagna è bifronte, la terra è ambigua ed è stata matrigna. Tante persone la percorrono lungo itinerari ad anello, ma poche conoscono o ricordano una storia di dolore partorita proprio da questa montagna, sul versante opposto.
La memoria di un evento è impressa in una lapide apposta su un muro di contenimento rivolto verso uno slargo utilizzato per parcheggiare le auto.  Il camminatore che discende dal paese di Termini su via Campanella se la trova innanzi, forse si ferma a leggere e si pone qualche interrogativo. Poi tira avanti, rivolgendo lo sguardo verso il panorama, con passo più o meno lieve, come invita l'iscrizione, oppure con passo distratto dal vociare di gruppi di camminatori.

(foto di Elia Fontana)

Lo "straniero" non riesce ad entrare, a prima vista, nel passato recente di questo luogo né ad immaginare quale fosse l'assetto delle pietre della strada che calpesta, del versante della montagna che vi incombe, delle case scomparse che erano attestate l'una a monte e l'altra a valle della strada, immerse tra oliveti ed agrumeti, e neppure i volti e le voci delle persone che vi abitavano. Queste sopravvivono nei ricordi di parenti ed amici e di tutti coloro che, come me, le hanno conosciute e non le potranno mai dimenticare. 
Il misterioso richiamo menzionato dalla lapide fu un rombo in una notte umida e buia, sotto la pioggia battente che da giorni penetrava nelle viscere della terra, e che dalla cima della montagna trascinò verso valle enormi rocce, ed a seguire una immensa colata di fango, che divenne il luogo di sonno eterno di 10 persone che dormivano ignare nei loro letti, entro le loro modeste case di campagna. 
La grande montagna bifronte strappò vite, ferì la piccola e compatta comunità di Termini e rimase per anni lacerata da una ferita che si individuava a chilometri di distanza, come una rasatura tra la vegetazione fitta; uno scoscendimento di terra su cui si intravedevano, aggrappati al suolo, ruderi di architetture superstiti e resti sparsi di oggetti di vita rurale quotidiana violentemente interrotta.
16 Febbraio 1973. Ero bambina. Frequentavo spessissimo quel luogo e quelle case. Conoscevo gli abitanti. Prima di quella notte le 2 case erano state sempre un riferimento per chi camminava sulla strada. 
Alcuni anni prima, nei pomeriggi di estate, quando risalivo a piedi la strada con mia madre per raggiungere il paese, il luogo era un riparo ombroso e riparato dai raggi del sole che picchiava da ovest; ci fermavamo sudate sul muretto e chiamavamo gli abitanti della casa a valle; veniva fuori una giovane con gli occhi chiari, con lo sguardo pulito come il cielo, che ci invitava ad aprire un basso cancelletto in legno ed a scendere verso la casa, dove ci offriva acqua da bere; ricordo che aveva orecchini dorati a cerchio, ed i capelli castani intrecciati e coperti sempre da un fazzoletto colorato; era madre di 3 bambine più piccole di me, che razzolavano tra lunghe scalinate con i gradini fiancheggiati da vasi pieni di piante fiorite, soprattutto gerani rosa e fucsie pendenti; le piccole si guardavano intorno con occhioni sgranati, innocenti. 
Ricordo una donna anziana, la nonna delle bimbe, ed un uomo laborioso, che incontravo di rado. La casa era quella tipica della zona, costituita dall'allineamento di moduli cubici in muratura rivestita da intonaco grezzo, ricoperti da volte estradossate; intorno si estendevano terrazzamenti coltivati ad oliveti, un orto, la stalla, uno spazio con animali da cortile.  Acquistavamo uova e verdure, che la giovane ci consegnava in un cestino fatto con rami di olivo intrecciati.  Le bimbe spesso venivano con la mamma nella casa un po' distante in cui abitavamo, ed erano attratte da quaderni, pennarelli, pastelli e colori; condividevamo disegni e scarabocchi.
Percorrendo ancora la strada in salita verso il paese, poco oltre la casa di questa famiglia, su un alto muro di contenimento si estendeva un limoneto protetto da pareti e tetto fatti di "pagliarelle", intorno ad una casa che si ergeva a quota più elevata. 
L'ingresso alla casa dalla strada era preceduto da una rampa  sulla quale stazionava un cagnolone da guardia, innanzi ad un cancelletto inquadrato da pilastrini, uno dei quali conteneva una nicchia con un'edicola votiva. Mia madre ed io sostavamo anche lì, a parlare con una donna di mezza età, triste ma simpatica, che viveva con le sue 3 figlie ragazze e che ci raccontava storie delle sue mucche.
Dopo la frana del febbraio 1973, quando rividi per la prima volta la montagna ferita la  fotografai nella mente. Lo scatto fu un colpo al cuore. 
Era finita la vita. Le persone, le case e le strade non esistevano più. Piansi di nascosto.
Per raggiungere la nostra casa oltre la frana, facevamo lunghi cammini lungo i sentieri. 
Mio padre aveva attrezzato tutta la famiglia con zaini, torce, scarponi, cappelli ed impermeabili. Giungevamo al parcheggio verso sera e ci incamminavamo tra i terrazzamenti giù a valle, dove la frana si era fermata, e la bypassavamo. 
A volte pioveva, e camminando nel buio, sotto la mantella che mi copriva la testa e lo zaino, piangevo guardando in alto la montagna scura. Il cagnolone era rimasto al suo posto, innanzi al cancello della casa scomparsa, ed ululava disperato nel buio, forse chiamando inutilmente le sue padrone che non avrebbero risposto mai più.
Quando c'era la luna, non era necessario usare le torce, e mio padre mi faceva notare che, nonostante il dolore, il sentiero era bellissimo anche se impegnativo, che quel cammino mi avrebbe resa forte, che la natura sarebbe rinata con la primavera sulla terra ferita e che i ricordi delle persone non sarebbero mai morti dentro i cuori.
La strada fu presto riaperta e fu apposta la lapide. L'edicola votiva rimase vuota innanzi alla rampa da cui qualcuno portò via il cane disperato. 
Nei decenni la vegetazione è cresciuta come una selva, in cui nella bella stagione nascono anche fiori colorati su cui si posano le farfalle. La natura è indifferente alla nostra vita di miserabili esseri umani attaccati alla terra ed agli affetti.
La montagna, consolidata, incombe ancora sulla strada e sulla valle.
Per me il Monte San Costanzo, il mitico Monte Canutario dell'antichità, resterà sempre la montagna bellissima, ma bifronte ed ambigua.
I devoti del luogo lo sanno bene, e per tradizione continuano a trasportare in spalla ogni anno in processione la statua di San Costanzo a cui è dedicata la cappella sulla vetta, e lo hanno disegnato nelle vecchie cartoline in posizione eretta, con i piedi su una nuvola che sovrasta il paese sotto la montagna, per invocarne la protezione nel futuro.
Da adulta ho percorso infinite volte a piedi la strada sulla frana, anche con i miei figli sin da quando erano piccoli; ho raccontato la storia della tragedia ed i miei ricordi, ed ogni volta li ho invitati ad una riflessione laica innanzi alla lapide, in silenzio, prima di proseguire il cammino, in punta di piedi.

ARCHITETTURE-CAMMINO
(logo di Irene Munzù)










Commenti

Unknown ha detto…
È un racconto che non conoscevo nei dettagli. Ricordo vagamente l’evento tragico di quel febbraio, ma tu sei riuscita a farmi vedere con gli occhi della mente , persone, animali, paesaggi.
E sei riuscita a farmi vedere con gli occhi del cuore la forte emozione di una bambina apparentemente fragile di fronte alla cruda realtà che diventerà quella donna forte che poi sei diventata.
Ma mi ha colpito anche la capacità di mescolare con maestria immagini di scene quotidiane con descrizioni architettoniche precise ed esaustive. Brava! Da best seller!
Francesca Aiello ha detto…
Grazie! e quando passerai su quella strada, non la dimenticherai più....saluti