CAMMINI E VIANDANZE A TERMINI E PUNTA CAMPANELLA - RICORDI DI UN PASSATO RECENTE, Massa Lubrense (NA), penisola sorrentina, Campania


CAMMINI E VIANDANZE A TERMINI E PUNTA CAMPANELLA - RICORDI DI UN PASSATO RECENTE, Massa Lubrense (NA), penisola sorrentina, Campania

Negli anni 1970, durante la preadolescenza ho camminato molto con i miei fratelli e con i miei cugini in terra Lubrense. Ero la più grande, per cui genitori e zii, confidando nel mio rigore e nel senso di responsabilità di "donnina", mi affidavano i fanciulli per qualche utile passeggiata, con destinazione piazza del paese di Termini per la Messa domenicale e per la spesa. Il paese, distante circa due chilometri da casa, si raggiungeva comodamente in trenta minuti di cammino con passo regolare.

La stradina si svolgeva dalla costa verso l’entroterra, con alternanza di ripide salite e di tratti in lieve pendenza, con ampio panorama verso il mare ed il golfo, con vista delle isole di Capri, Ischia e Procida all’orizzonte.

Partivamo di mattina presto dopo colazione, sostavano brevemente innanzi all’edicola votiva di Sant’Anna, addossata alla roccia strapiombante nella boscaglia, poi proseguivamo il cammino per giungere puntuali nella chiesetta del paese profumata di incenso, chiara e piena di luce; lì ritrovavamo ragazzini che conoscevamo da sempre; cantavamo tutti insieme stonati, leggevamo le letture sull’altare con emozione e con qualche strafalcione che ci faceva arrossire e talvolta inciampare nei gradini. Il parroco era simpatico, gioviale ed essenziale, non imponeva umilianti confessioni ai giovanissimi, ma si limitava a chiedere sorridendo: “Hai fatto peccati mortali? no? allora vai”.

La Messa era sintetica, e la parte finale dopo la consacrazione era veloce, perché in quel paesino rurale nessuno poteva sottrarre troppo tempo alle necessità della vita quotidiana: mungitura di mucche e pulizia di stalle, allevamento di animali da cortile, preparazione di mozzarelle e caciocavalli nei caseifici, trasporto sulla testa di fasci di erbe racimolate tra le rocce su sentieri disagiati, coltivazione di orti e vigne, vendemmia e raccolta di olive in autunno, pulizia e manutenzione di appezzamenti di terreno e muri a secco in inverno, raccolta di legna e fascine per camini e forni, preparazione in casa del pane. Anche il parroco, da buon uomo di mondo, non perdeva tempo. All’uscita dalla chiesa ci si salutava nel portico e poi si scappava via, liberi all’aria aperta.

foto d'epoca della piazza e della chiesa (da archivio di Elia Fontana)

Dopo la Messa ci recavamo a fare la spesa in piazza. Il negozio era un emporio di meravigliosi prodotti genuini, in cui si mescolavano svariati profumi: pane integrale appena sfornato, pomodori e basilico appena raccolti negli orti, latticini caldi di caseificio, limoni ed arance provenienti da agrumeti a chilometro zero, frutti di stagione autoctoni e super bio: albicocche, prugne, pere e pesche. Guidavo la truppa con severità, e mi assicuravo che non si disperdesse, ma nell’emporio era impossibile; lì circolavano e si avvicendavano tante persone che, oltre ad acquistare, socializzavano con allegria e si intrattenevano a lungamente a chiacchierare; ascoltavamo con curiosità, sentendoci parte integrante di quella piccola comunità, attiva e  vivace. I proprietari dell’emporio erano molto simpatici, gentili e disponibili; ci facevano assaggiare pomodori e frutti con la buccia direttamente dalle cassette, e ci offrivano pezzetti di caciocavallo o di mozzarella; la cosa più interessante era che nei pressi del negozio circolavano cani e gatti, talvolta con le rispettive cucciolate; in tanta spontanea naturalezza paesana, umana ed animale, noi ragazzini eravamo a nostro agio e ci intrattenevamo a lungo contenti. 

Dopo la spesa interminabile, uscivamo carichi con le borse e ci dirigevamo verso casa; il breve cammino diventava una viandanza, con soste per la merenda sui muretti a bordo strada o nei terrazzamenti di campagna. Le ore trascorrevano veloci, ma non ce ne rendevamo conto; appoggiavamo i carichi a terra per arrampicarci su un muro, per accarezzare un gattino, per chiacchierare con persone del paese che si fermavano con i cani, per mangiare more tra i cespugli, per masticare rami di finocchietto selvatico o steli di fiori gialli al sapore di limone. Conoscevamo queste piante, ed eravamo attenti a non raccoglierle mai a quota strada, dove potevano essere contaminate dal piscio dei cani.

Quando il sole era allo zenit, i genitori venivano a cercarci sulla strada; a volte arrivava mio zio con la 500 Fiat, ci rimproverava, caricava la spesa e ci raccomandava di rientrare subito a casa. Liberi dai carichi, continuavamo la viandanza; talvolta incontravamo un amico di famiglia che ci invitava a salire a bordo dell’Ape, nello spazio aperto sul retro, insieme con cani, fasci di fieno, secchi di letame di mucca, zappe ed attrezzi, e ci accompagnava a casa. Il tragitto in Ape era esilarante; la visione di spazi e panorami ben noti appariva nuova da quella prospettiva; ci divertivamo un mondo nella corsa del triciclo traballante e rumoroso sulle strettissime stradine senza protezione, seduti sul cassone metallico scanalato, sempre polveroso.

Punta Campanella era la meta abituale delle nostre viandanze, lungo la stradina panoramica affacciata sul mare; camminavamo nei paesaggi selvaggi, aperti, aridi e soleggiati, sui percorsi a valle degli oliveti e sui versanti scoscesi che si tuffavano nell'immensità del blu, dove la terra finisce ed incontra il mare.

In quegli anni la stradina, che oggi fa parte di un famoso e frequentatissimo itinerario turistico escursionistico, era quasi sempre silenziosa e solitaria, ed era percorsa prevalentemente da persone del luogo, tra cui gruppi di donne che raccoglievano tra le rocce fasci di erbe profumate e fieno, che trasportavano poi sulla testa fino alle case del paese, dove allevavano mucche nelle stalle.


In questa terra, inclinata a 45 gradi, che sembrava sospesa tra l’azzurro del cielo ed il blu del mare, la macchia mediterranea cresceva aggrappata alle rocce calcaree, con cespugli di lentisco, mirto, rosmarino, ginepro, ciuffi di cardi spinosi, fasci di canne e di sottilissime erbe secche che ondeggiavano nel vento e che, sotto le raffiche della brezza di maestrale, si incurvavano senza mai spezzarsi.  

Amavamo raggiungere la sommità del precipizio affacciato sulla Baia di Ieranto, e stazionavamo a lungo in silenzio, distesi a terra ad ammirare il panorama del mare spazzato dal vento, che spesso discendeva tra le rocce con raffiche violentissime ed improvvise.

 

Punta Campanella era il nostro rifugio, segreto e proibito, tra i ruderi della casa del guardiano del faro, sui resti del pavimento in marmette attestato sulla terrazza rocciosa, strapiombante sul mare blu, di fronte all’isola di Capri. Osservando la bellezza del paesaggio è difficile immaginare che il fondale marino nello stretto (detto Bocche di Capri) interposto tra Punta Campanella e l'isola di Capri è inquietante e tormentato, e che nasconde abissi di profondità superiore ai 1000 metri sotto il livello dell'acqua.  Sui fondali oscuri, in cui non giunge mai la luce, giacciono da secoli decine di relitti di vascelli e di navi, naufragati in condizioni misteriose durante violente tempeste; questo scenario di distruzione e di morte è stato ritrovato da Stanislao Nievo, che negli anni 1970 ha raggiunto gli abissi a bordo di speciali sommergibili, e che ha descritto il paesaggio sottomarino nel suo libro "Il prato in fondo al mare" (1974).

In questo mare periglioso, a bordo di un vascello naufragato nel 1861, trovò la morte il giovane Ippolito Nievo, scrittore, militare e patriota, che rientrava dalla spedizione garibaldina dei Mille in Sicilia.

Adesso che vivo al nord-est d'Italia, in Friuli Venezia Giulia, penso spesso al legame tra la Punta Campanella della mia infanzia e la terra che mi ospita attualmente, che era stata descritta proprio dal giovane Ippolito Nievo con queste parole: "Il Friuli Venezia Giulia è un piccolo compendio dell'universo, alpestre piano e lagunoso in sessanta miglia da tramontana a mezzodì".

Questo legame storico e letterario, che per me costituisce una inspiegabile coincidenza, è uno spunto per ricordare che il mare è un immenso "ponte" che collega le terre, e che proprio per questa sua connotazione gli antichi Greci lo chiamavano PONTOS.





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