CAMMINO A CAORLE VERSO LEVANTE - EMOZIONI IN SOLITARIA TRA ARCHITETTURE, ARIA, TERRA, ACQUA - Caorle (VE), Alto Adriatico


CAMMINO A CAORLE VERSO LEVANTE - EMOZIONI IN SOLITARIA TRA ARCHITETTURE, ARIA, TERRA, ACQUA - Caorle (VE), Alto Adriatico.
Conosco Caorle da oltre un decennio e me sono innamorata al punto da desiderare/sognare di abitarvi stabilmente, in un angolino piccolo piccolo e riservato ma ancora autentico, fino alla fine dei miei giorni.
Uno dei miei incontri più affascinanti con il mare di Caorle e con il suo litorale, che offre una spazialità generosa di aria, vento, onde e luce, aperto verso est-sud-est a 180 gradi innanzi al centro storico ed alle sue splendide architetture, avvenne in un giorno autunnale, nella quiete delle brume che offuscavano il lungomare e che occultavano l'orizzonte. 
Pensai ad un dispetto della sorte e delle previsioni meteo quando, salendo trepidante di curiosità e di desiderio, la breve scalinata che dalla piazza del duomo raggiunge il lungomare soprelevato, mi trovai immersa in un'atmosfera ovattata. 
Camminando sulla spiaggia di Levante nella nebbia fitta, mi ritrovai ad assistere pian piano alla sua  dissoluzione nel sole, con una reazione chimica tangibile che non avevo mai conosciuto prima, finché il panorama si aprì immenso alle mie spalle, con la marea che calava e con la sabbia calpestata da pochissime persone che, invisibili e silenziose, mi erano forse passate accanto.
 

Osservando finalmente l'orizzonte immaginavo che, a sud-est della mia posizione, si estendesse per oltre 1000 chilometri tutto il Mare Adriatico, quella lunga e stretta propaggine del Mediterraneo che in millenni di storia è stato un crocevia di passaggi, scambi, incontri, scontri e dominazioni di genti di diverse etnie e culture, che si sono contese le sponde frontistanti.
In quel periodo Caorle era autentica, senza turisti, restituita ai suoi abitanti, con i palazzoni dell'industria balneare deserti, alberghi e case vacanze con finestre serrate e tapparelle abbassate, con le stradine solitarie e silenziose, con pochi negozi e qualche bar aperto.




Provavo ad immergermi un po' nell'anima marinara della cittadina, nel porto-canale con le barche da pesca ormeggiate ai pontili ingombri di attrezzature, nasse e reti, annusando quel mix inconfondibile di odori di gasolio/salsedine che impregna le imbarcazioni, gli scafi, i remi, i cordami, i motori parcheggiati o smontati per le manutenzioni.


Camminavo tra le basse casette colorate abbracciate lungo le strette calli, il duomo imponente con il campanile che si innalza tra il mare e le lagune, riconoscibile a decine di chilometri di distanza sin dall'entroterra, la chiesetta-santuario della Madonna dell'Angelo con il campanile corroso da vento, sole e salsedine, attestato come estremo avamposto della terra protesa nel mare; è un'architettura carica della devozione degli abitanti, avvezzi su questi lidi a navigazioni, tempeste, inondazioni, naufragi, perdite e salvataggi, in ricordo dei quali hanno apposto ex voto.






Provando queste emozioni pensavo al mare, l'elemento che ha dato vita alla città storica, quando nell'alto medioevo gli abitanti dell'entroterra cercarono rifugio verso il mare e le isole lagunari per sfuggire alle invasioni barbariche, e si fermarono proprio qui.
Sono tornata molte volte a Caorle, in tutte le stagioni, sempre rigorosamente a piedi dal centro storico alla laguna di Porto Falconera, camminando sulla spiaggia di Levante lungo la battigia, gustando la solitudine meditativa al cospetto degli elementi nelle più svariate condizioni di luce e di marea, oppure attraversando con decisione la folla disciplinata di bagnanti assiepati negli stabilimenti balneari, con il desiderio di raggiungere velocemente gli spazi liberi della foce, laddove regna una magica confusione di elementi: il fiume cerca il mare, la corrente marina invade il fiume, le acque dolce e salata si oppongono e si mescolano, l'odore di sabbia e salsedine si affianca a quello delle erbe, nella convivenza di materie diverse, come alghe marine e tronchi di alberi divelti, provenienti da boschi di montagne alpine lontane, che attraverso il fiume si connettono con  il mare.






Un cammino particolarmente denso di emozioni da Caorle verso Levante lo ho gustato durante un passaggio di bora, in una gelida e tempestosa giornata di fine febbraio di qualche anno fa. La bora imperversava da qualche giorno sul Friuli Venezia Giulia e volevo conoscerla, ma non a Trieste, dove l'incontro sarebbe stato troppo violento per me. 
Scelsi di andare a Caorle, esattamente sulla sponda opposta, dove le raffiche giungevano più attenuate, anche se il mare di traversia si infrangeva con onde di intensità ed altezza crescente nel fetch libero.




Il cielo era percorso velocemente da nubi appiattite in alta quota, l'orizzonte ad est era fosco ed il rumore del mare esplodeva con sopraffazione nello spazio e nell'interiorità. 
Era difficile camminare controvento, ma procedevo ugualmente impiegando tutta la mia forza muscolare, perché quel giorno avrei voluto dedicare una preghiera ad una persona cara lontana, che giaceva sofferente in un letto di ospedale a seguito di un intervento di chirurgia oncologica. 
Non sapevo e non so pregare, ma quel cammino, voluto, impegnativo e lento contro la bora, assunse nei miei pensieri il significato di una laica preghiera di guarigione e di positività, con qualche lacrima di speranza.


La sabbia sollevata dal vento mi colpiva gli occhiali, penetrava nel cappuccio, nel cappello, nelle fessure degli scaldacollo sovrapposti, nei pantaloni imbottiti a doppio strato, negli scarponi e persino nei piedi, attraversando due strati di calzettoni, ed inspiegabilmente si depositava fin nelle tasche più profonde dello zaino che portavo in spalla. 
I mulinelli di sabbia che si sollevavano dal suolo fino alla mia altezza erano uno spettacolo delle forze della natura in cui ero immersa e che assimilavo alla duna di un deserto marittimo; proprio queste forze imponevano prepotentemente la riflessione sulla fragilità del nostro essere umani e del nostro passaggio nella breve vita.


Il cammino controvento si protrasse per circa un'ora e terminò sulla scogliera presso la foce, dove mi rannicchiai a terra, con le spalle al vento ed ai massi, per consumare velocemente qualche boccone di cibo misto a sabbia e per bere un sorso di tisana ancora calda dalla borraccia, prima di intraprendere la via del ritorno.
Il cammino di ritorno fu velocissimo, facile ed esilarante come una veleggiata con il vento favorevole: il mio zaino e la mia persona funzionavano proprio come vele, randa + spinnaker.
Non ricordo nessuna riflessione nella veloce avanzata, solo attenzione a non sollecitare  troppo le articolazioni ed a mantenere le braccia ben aperte. 
Nel mio sentire, quella "veleggiata" in cammino fu una potente iniezione di positività e di pensieri vitali per la persona cara lontana, che forse oggi si riconoscerà leggendo questo racconto, e spero che lo faccia con piacere.

Buon cammino emozionale ovunque!

Francesca

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