BAIA DI SOLE, ACQUA CRISTALLINA E MEMORIE DI UOMINI DI MARE DEL PASSATO, in ricordo di Americo Sbaratta, Marina del Cantone, Nerano, Massa Lubrense (NA), Penisola sorrentina

 

BAIA DI SOLE, ACQUA CRISTALLINA E MEMORIE DI UOMINI DI MARE DEL PASSATO, in ricordo di Americo Sbaratta, Marina del Cantone, Nerano, Massa Lubrense (NA), Penisola sorrentina.

Nella baia di Marina del Cantone, un paio di decenni fa scattai questa foto, in primavera inoltrata, alla fine di una giornata di mare che desideravo fosse interminabile. Osservavo gli ultimi raggi di sole che illuminavano la Punta di Montalto evidenziando il profillo dell'antica torre  di avvistamento ed i costoni rocciosi riarsi, popolati da cespugli e da pochi alberi emergenti nello sky-line, mentre mi affaticavo per convincere i miei figli ragazzini ad uscire dall'acqua ed a prendere la via del ritorno. 
Eravamo giunti a piedi da Punta Campanella, risalendo fino alla piazza di Termini, e di qui scollinando sulla sella fino al casale di Nerano, e poi discendendo velocemente sui viottoli pedonali terrazzati tra case, giardini fioriti e profumi intensi, fino a questo angolo di paradiso.
Esperienze multisensoriali lontane emergono nella memoria: piedi scalzi sui sassolini arrotondati, nuoto in acqua cristallina ammirando il panorama ed i fondali custodi di sassi e scogli pieni di vite, sole caldo sul viso, calore sul corpo a contatto diretto con la pietra, vento foriero di profumo di mare e di felicità. 

Non c'era ancora tanto overtourism/iperturismo stagionale, quel fenomeno che nei nostri tempi sovraccarica il luogo, le strade, gli spazi, il litorale, la battigia, escludendo la possibilità di una serena e sostenibile frequentazione alla gente comune, e rendendo la baia e le sue attrezzature un posto per pochi privilegiati con borselli pieni di banconote, piuttosto che con zainetti leggeri e pochi accessori essenziali per una balneazione composta e rispettosa dell'ambiente.
La grande baia esposta a sud-est è generosa di sole e colori, consente bagni in mare anche in autunno e regala clima ed atmosfere uniche nelle belle giornate invernali, quando è frequentata da persone appassionate.

Marina del Cantone (foto di Elia Fontana)

In una sera d'inverno 2026, dopo i giorni delle tempeste distruttive in Mediterraneo, nel nord-est flagellato dalla pioggia battente, mi giunge un messaggio sul cellulare: un amico mi avverte che è mancata una persona del luogo che conoscevo da oltre 55 anni e che nel 2023 avevo ritrovato, grazie alla tecnologia ed alla comunicazione in remoto e messaggistica istantanea, con l'aiuto di amici e dei suoi familiari, in occasione della pubblicazione di un mio libro di racconti ambientati tra mare e terra di Massa Lubrense, uno dei quali proprio nella baia di Marina del Cantone: Americo.
Un rappresentante della memoria storica, uno dei tanti che pian piano sono passati ad altra dimensione, lasciandoci in eredità ricordi, memorie identitarie di comunità e luoghi appartenenti ad un passato scomparso, sconosciuto alle giovani generazioni.

Baia della Marina del Cantone prima dell'edilizia turistica, nel 1960
(foto da archivio della famiglia Sbaratta, restaurata da Elia Fontana)

Marina del Cantone, il borgo nei primi anni 1960
(foto da archivio della famiglia Sbaratta)

Americo era un uomo di mare, di borgo, di barche/gozzi prima a remi e poi a motore, di pesca, di traversate costiere, di orizzonti.

Americo sul gozzo da pesca
(foto da archivio della famiglia Sbaratta, restaurata da Elia Fontana)

In questi ultimi anni ci eravamo salutati in videochiamata ed avevo ritrovato il suo sorriso di un tempo, nonostante i segni dell'età avanzata. Sua figlia mi aveva offerto con entusiasmo foto d'epoca cartacee dell'archivio di famiglia (poi restaurate e digitalizzate dall'amico Elia Fontana), ad illustrazione del mio racconto dedicato ad Americo, ed il risultato era stato un piacevole ritrovarsi tra presente e passato, non senza nostalgia.
Mi piace ricordare Americo così, a colori nitidi impressi indelebilmente nella memoria di quando ero ragazzina, appoggiato alla prua di una barca tirata in secco, in una giornata invernale piena di sole, nel piccolo borgo della Marina del Cantone:

Americo (a destra) con il figlio
(foto da archivio della famiglia Sbaratta, restaurata da Elia Fontana)


Orizzonti aperti al tuo passaggio, Americo....insieme con tutti gli uomini di mare che ti hanno preceduto.
Francesca.

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Ecco il testo del racconto che avevo dedicato a Americo nel 2023, illustrato con numerose foto d'epoca e pubblicato in questo libro:


Un pescatore tra due golfi (ricordo di Americo)

<< Nerano, Marina del Cantone, anni ’60-’70 del secolo scorso.

 Ho frequentato la marina sin dall’epoca in cui l’attuale caos balneare estivo, con la strada ed i parcheggi intasati da code di mezzi motorizzati, con la spiaggia invasa da tavolati, allineamenti di cabine, lettini ed ombrelloni fino alla battigia, non apparteneva ancora alla quotidianità della gente comune, ma incominciava a delinearsi negli obiettivi degli operatori del turismo nascente.

Percorrevo la spiaggia di ciottoli chiari, tondeggianti, levigati dolcemente dalle onde e trascinati dalle correnti e dalla risacca; ascoltavo il rumore bianco del mare, che su queste rive assume una tonalità speciale, delicata e profondissima, capace di penetrare negli strati più intimi della memoria, di soggiornarvi sopita, e di riemergere di tanto in tanto per accarezzare l’anima.

Sul margine orientale della marina, dove il litorale di ciottoli termina alla base del promontorio roccioso di Recommone, in posizione poco protetta da mare e venti dei quadranti meridionali che flagellano questa costa, mi affacciavo spesso ad osservare il minuscolo borgo di pescatori.

Una manciata di case allineate ed abbracciate tra loro, accessibili da rampe pavimentate in pietra levigata, dominate dalla cappella di Sant’Antonio di Padova, che dall’alto della scalinata sembra scrutare il mare con la sua facciata chiara, illuminata dal sole e battuta dal vento.

La cappella è un presidio di devozione, di preghiera e di supplica protettrice, eretto da una piccola comunità di pescatori insediatisi qui molti secoli fa.

Tra le rampe del borgo, ingombre di nasse, reti ed attrezzi da pesca, impegnate da depositi di remi e di barche (del tipo “gozzi”) tirate in secco, si incontrava spesso un pescatore di cui conservo vivido il ricordo: Americo.

Era un uomo maturo, di statura media e di corporatura agile, solida e scattante. Aveva un fisico asciutto con muscoli scolpiti; era naturalmente allenato e palestrato da camminate e corse sui ciottoli a piedi scalzi, da vogate contro corrente in piedi su “gozzi” di legno tinteggiati di bianco e di azzurro, dal tiro in alto di reti con il pescato, da salti sulla riva per atterraggi/ammaraggi, da spinte per dare abbrivio alle barche in partenza verso il mare aperto, da trascinamento di imbarcazioni tra la battigia e le zone più protette della spiaggia prima delle tempeste.

Il suo volto abbronzato era allungato, sormontato da una zazzera di capelli corvini che cominciavano a diradarsi, fiancheggiato da orecchie ampie, che sembravano atte ad accogliere ogni fruscio proveniente dall’orizzonte lontano.

Ricordo il volto segnato da rughe profonde e chiare, incise nella pelle più dal sole e dalla salsedine che dall’età. Gli occhi scuri scrutavano il mare e le persone, alle quali, dopo pochi istanti di valutazioni, l’uomo donava sempre un sorriso ampio, esponendo una dentatura bianca quasi perfetta.

Inspiegabilmente quest’uomo di mare, così tipicamente mediterraneo, portava un nome che evocava le lontane terre d’oltre oceano esplorate da Cristoforo Colombo.

Mi chiedevo chi gli avesse assegnato quel nome quando era nato. Forse era stato partorito sulla riva del mare? Forse era stato generato da una donna ancorata alla terra e da un navigatore inquieto e desideroso di superare le Colonne d’Ercole? O era stato concepito da genitori emigrati nel nuovo continente e poi ritornati nel borgo? Chissà!

La mia fantasia di bambina galoppava, ma non ricevevo risposte alle domande.

Americo conosceva molto bene il “suo” mare aperto innanzi alla baia, tra la Marina del Cantone e la Punta di Montalto, quel mare che si estende sconfinato e senza ostacoli di terre per centinaia di miglia dal golfo di Salerno fino alla Sicilia a sud, e fino alla Sardegna ad ovest.

Conosceva luci e colori della linea d’orizzonte e ne interpretava con abilità i segnali premonitori, con ampio anticipo sui bollettini meteorologici, nei tempi in cui si navigava seguendo il sole, le stelle ed i fasci di luce dei fari, quando il satellitare abitava negli studi di scienziati e ricercatori.

In una calda e soleggiata giornata estiva dei primi anni ’60 ero in spiaggia con mia madre, nell’ora della siesta, in assenza di bagnanti e di rumori; il cielo era sereno, il mare era calmo e piatto, senza neppure un refolo di brezza.

Da una trattoria proveniva il profumo buono ed avvolgente di cibo mediterraneo: verdure miste, pomodori, peperoni, melanzane e zucchine insaporite con basilico, e pesce arrostito alla griglia o fritto.

In questa atmosfera magica ed immobile notai un insolito trambusto tra i pescatori del borgo. Uscirono tutti in gruppo, giovani e meno giovani, e percorsero in lungo ed in largo la baia con una piccola barca a remi.

La marina era piena di imbarcazioni, “gozzi” da pesca, motoscafi e gommoni da diporto ormeggiati in rada, anche al largo; gli uomini furono impegnati per tutto il pomeriggio, fino al tramonto, per trasferire i natanti nei più vicini porticcioli del golfo di Napoli, Marina della Lobra e  Sorrento, e per trascinare le barche da pesca in secco, collocandole a ridosso delle mura delle case del borgo, lontano dalla battigia. Nella quiete della sera la baia rimase vuota, con il mare calmissimo e la spiaggia completamente libera.

Alle prime luci dell’alba mi svegliai in una casetta di fronte al mare, affacciata sulla rampa che conduce alla spiaggia. Dalla finestra penetrava il vento che soffiava violentemente dal mare, e che in poche ore aveva sollevato onde lunghe e frangenti, che viaggiavano veloci nel fetch libero e si abbattevano sulla spiaggia; questa non era più visibile, inghiottita dalla mareggiata che flagellava anche i basamenti delle costruzioni e penetrava nei locali ai piani terra.

Infuriava la temibile tempesta di scirocco che gli uomini di mare avevano percepito anticipatamente, grazie ai loro atavici sensori esperienziali.

Anni dopo, su una piccola barca di legno presa a noleggio, priva di motore, dotata di remi lunghi e pesanti, accompagnata da mio padre imparai a remare, attraversando la baia in lungo ed in largo. Provai ad emulare la vogata di Americo, in piedi “alla marinara”, ma dovetti accontentarmi di remare all’indietro, seduta; nella foga sfiorai la collisione con un motoscafo ormeggiato in rada, pieno di bagnanti che brindavano con calici di cristallo e fumavano erbe.

Dalla riva Americo osservava le mie manovre maldestre, si sbracciava e mi rimproverava a gran voce, ridendo.

Negli anni successivi, mentre nella stagione estiva aumentava esponenzialmente l’assalto delle masse di bagnanti sul litorale della Marina del Cantone, Americo accompagnava nelle calette più lontane ed appartate le persone alternative, che cercavano spazio libero, acqua pura, silenzio ed evasione nella natura.

Si navigava lungo costa lentamente, in un “gozzo” a motore lungo, basso e panciuto, odoroso di pesce e di gasolio, verso destinazioni decise all’istante, conciliando di volta in volta i desideri con la direzione del vento e delle onde.

Verso est si raggiungeva la baia di Recommone, il fiordo di Crapolla e l’arcipelago de Li Galli/Le Sirenuse, mitici isolotti rocciosi privati ed inavvicinabili, circondati dal mare blu profondissimo e sempre mosso.

Verso ovest si doppiava la Punta di Montalto, costeggiando pareti rocciose verticali, incombenti e minacciose, e si raggiungeva la baia di Ieranto, mitica e sacra, dalle acque trasparenti e tranquille, protetta dall’abbraccio dei versanti scoscesi del Monte San Costanzo e di Punta Campanella.

Durante le navigazioni ricordo Americo al timone in posizione eretta, con i piedi scalzi, abbronzati ed imbiancati da polvere di sassi e da salsedine, saldamente appoggiati con la pianta larga sul fondo dello scafo. Dirigeva con decisione la barra di legno liscio, scrutando il mare e l’orizzonte con occhi scuri che affrontavano la luce senza occhiali, con la fronte corrugata e con un sorriso ermetico; questo si trasformava in un ghigno amaro associato a gesti, insulti e bestemmie al passaggio di veloci motoscafi da diporto, che sorpassavano velocemente il “gozzo” senza rispetto per l’autenticità marinara, inondandolo di alte scie di schiuma. >>






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