BAIA DI SOLE, ACQUA CRISTALLINA E MEMORIE DI UOMINI DI MARE DEL PASSATO, in ricordo di Americo Sbaratta, Marina del Cantone, Nerano, Massa Lubrense (NA), Penisola sorrentina
BAIA DI SOLE, ACQUA CRISTALLINA E MEMORIE DI UOMINI DI MARE DEL PASSATO, in ricordo di Americo Sbaratta, Marina del Cantone, Nerano, Massa Lubrense (NA), Penisola sorrentina.
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| Baia della Marina del Cantone prima dell'edilizia turistica, nel 1960 (foto da archivio della famiglia Sbaratta, restaurata da Elia Fontana) |
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| Americo sul gozzo da pesca (foto da archivio della famiglia Sbaratta, restaurata da Elia Fontana) |
In questi ultimi anni ci eravamo salutati in videochiamata ed avevo ritrovato il suo sorriso di un tempo, nonostante i segni dell'età avanzata. Sua figlia mi aveva offerto con entusiasmo foto d'epoca cartacee dell'archivio di famiglia (poi restaurate e digitalizzate dall'amico Elia Fontana), ad illustrazione del mio racconto dedicato ad Americo, ed il risultato era stato un piacevole ritrovarsi tra presente e passato, non senza nostalgia.
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| Americo (a destra) con il figlio (foto da archivio della famiglia Sbaratta, restaurata da Elia Fontana) |
Un pescatore tra due golfi (ricordo di Americo)
Percorrevo
la spiaggia di ciottoli chiari, tondeggianti, levigati dolcemente dalle onde e
trascinati dalle correnti e dalla risacca; ascoltavo il rumore bianco del mare,
che su queste rive assume una tonalità speciale, delicata e profondissima,
capace di penetrare negli strati più intimi della memoria, di soggiornarvi
sopita, e di riemergere di tanto in tanto per accarezzare l’anima.
Sul
margine orientale della marina, dove il litorale di ciottoli termina alla base
del promontorio roccioso di Recommone, in posizione poco protetta da mare e
venti dei quadranti meridionali che flagellano questa costa, mi affacciavo
spesso ad osservare il minuscolo borgo di pescatori.
Una
manciata di case allineate ed abbracciate tra loro, accessibili da rampe
pavimentate in pietra levigata, dominate dalla cappella di Sant’Antonio di
Padova, che dall’alto della scalinata sembra scrutare il mare con la sua
facciata chiara, illuminata dal sole e battuta dal vento.
La
cappella è un presidio di devozione, di preghiera e di supplica protettrice,
eretto da una piccola comunità di pescatori insediatisi qui molti secoli fa.
Tra
le rampe del borgo, ingombre di nasse, reti ed attrezzi da pesca, impegnate da
depositi di remi e di barche (del tipo “gozzi”) tirate in secco, si incontrava
spesso un pescatore di cui conservo vivido il ricordo: Americo.
Era
un uomo maturo, di statura media e di corporatura agile, solida e scattante. Aveva
un fisico asciutto con muscoli scolpiti; era naturalmente allenato e palestrato
da camminate e corse sui ciottoli a piedi scalzi, da vogate contro corrente in
piedi su “gozzi” di legno tinteggiati di bianco e di azzurro, dal tiro in alto
di reti con il pescato, da salti sulla riva per atterraggi/ammaraggi, da spinte
per dare abbrivio alle barche in partenza verso il mare aperto, da
trascinamento di imbarcazioni tra la battigia e le zone più protette della
spiaggia prima delle tempeste.
Il
suo volto abbronzato era allungato, sormontato da una zazzera di capelli corvini
che cominciavano a diradarsi, fiancheggiato da orecchie ampie, che sembravano atte
ad accogliere ogni fruscio proveniente dall’orizzonte lontano.
Ricordo il volto
segnato da rughe profonde e chiare, incise nella pelle più dal sole e dalla
salsedine che dall’età. Gli occhi scuri scrutavano il mare e le persone, alle
quali, dopo pochi istanti di valutazioni, l’uomo donava sempre un sorriso
ampio, esponendo una dentatura bianca quasi perfetta.
Inspiegabilmente
quest’uomo di mare, così tipicamente mediterraneo, portava un nome che evocava le
lontane terre d’oltre oceano esplorate da Cristoforo Colombo.
Mi
chiedevo chi gli avesse assegnato quel nome quando era nato. Forse era stato partorito
sulla riva del mare? Forse era stato generato da una donna ancorata alla terra
e da un navigatore inquieto e desideroso di superare le Colonne d’Ercole? O era
stato concepito da genitori emigrati nel nuovo continente e poi ritornati nel
borgo? Chissà!
La mia fantasia di
bambina galoppava, ma non ricevevo risposte alle domande.
Americo
conosceva molto bene il “suo” mare aperto innanzi alla baia, tra la Marina del
Cantone e la Punta di Montalto, quel mare che si estende sconfinato e senza
ostacoli di terre per centinaia di miglia dal golfo di Salerno fino alla
Sicilia a sud, e fino alla Sardegna ad ovest.
Conosceva
luci e colori della linea d’orizzonte e ne interpretava con abilità i segnali
premonitori, con ampio anticipo sui bollettini meteorologici, nei tempi in cui si
navigava seguendo il sole, le stelle ed i fasci di luce dei fari, quando il
satellitare abitava negli studi di scienziati e ricercatori.
In
una calda e soleggiata giornata estiva dei primi anni ’60 ero in spiaggia con
mia madre, nell’ora della siesta, in assenza di bagnanti e di rumori; il cielo
era sereno, il mare era calmo e piatto, senza neppure un refolo di brezza.
Da
una trattoria proveniva il profumo buono ed avvolgente di cibo mediterraneo: verdure
miste, pomodori, peperoni, melanzane e zucchine insaporite con basilico, e pesce
arrostito alla griglia o fritto.
In
questa atmosfera magica ed immobile notai un insolito trambusto tra i pescatori
del borgo. Uscirono tutti in gruppo, giovani e meno giovani, e percorsero in
lungo ed in largo la baia con una piccola barca a remi.
La
marina era piena di imbarcazioni, “gozzi” da pesca, motoscafi e gommoni da
diporto ormeggiati in rada, anche al largo; gli uomini furono impegnati per
tutto il pomeriggio, fino al tramonto, per trasferire i natanti nei più vicini porticcioli
del golfo di Napoli, Marina della Lobra e
Sorrento, e per trascinare le barche da pesca in secco, collocandole a
ridosso delle mura delle case del borgo, lontano dalla battigia. Nella quiete
della sera la baia rimase vuota, con il mare calmissimo e la spiaggia
completamente libera.
Alle
prime luci dell’alba mi svegliai in una casetta di fronte al mare, affacciata
sulla rampa che conduce alla spiaggia. Dalla finestra penetrava il vento che
soffiava violentemente dal mare, e che in poche ore aveva sollevato onde lunghe
e frangenti, che viaggiavano veloci nel fetch libero e si abbattevano sulla
spiaggia; questa non era più visibile, inghiottita dalla mareggiata che flagellava
anche i basamenti delle costruzioni e penetrava nei locali ai piani terra.
Infuriava
la temibile tempesta di scirocco che gli uomini di mare avevano percepito anticipatamente,
grazie ai loro atavici sensori esperienziali.
Anni
dopo, su una piccola barca di legno presa a noleggio, priva di motore, dotata
di remi lunghi e pesanti, accompagnata da mio padre imparai a remare,
attraversando la baia in lungo ed in largo. Provai ad emulare la vogata di
Americo, in piedi “alla marinara”, ma dovetti accontentarmi di remare
all’indietro, seduta; nella foga sfiorai la collisione con un motoscafo ormeggiato
in rada, pieno di bagnanti che brindavano con calici di cristallo e fumavano
erbe.
Dalla
riva Americo osservava le mie manovre maldestre, si sbracciava e mi rimproverava
a gran voce, ridendo.
Negli
anni successivi, mentre nella stagione estiva aumentava esponenzialmente
l’assalto delle masse di bagnanti sul litorale della Marina del Cantone,
Americo accompagnava nelle calette più lontane ed appartate le persone
alternative, che cercavano spazio libero, acqua pura, silenzio ed evasione
nella natura.
Si
navigava lungo costa lentamente, in un “gozzo” a motore lungo, basso e panciuto,
odoroso di pesce e di gasolio, verso destinazioni decise all’istante, conciliando
di volta in volta i desideri con la direzione del vento e delle onde.
Verso
est si raggiungeva la baia di Recommone, il fiordo di Crapolla e l’arcipelago
de Li Galli/Le Sirenuse, mitici isolotti rocciosi privati ed inavvicinabili,
circondati dal mare blu profondissimo e sempre mosso.
Verso
ovest si doppiava la Punta di Montalto, costeggiando pareti rocciose verticali,
incombenti e minacciose, e si raggiungeva la baia di Ieranto, mitica e sacra,
dalle acque trasparenti e tranquille, protetta dall’abbraccio dei versanti scoscesi
del Monte San Costanzo e di Punta Campanella.
Durante le navigazioni ricordo Americo al timone in posizione eretta,
con i piedi scalzi, abbronzati ed imbiancati da polvere di sassi e da salsedine,
saldamente appoggiati con la pianta larga sul fondo dello scafo. Dirigeva con
decisione la barra di legno liscio, scrutando il mare e l’orizzonte con occhi
scuri che affrontavano la luce senza occhiali, con la fronte corrugata e con un
sorriso ermetico; questo si trasformava in un ghigno amaro associato a gesti,
insulti e bestemmie al passaggio di veloci motoscafi da diporto, che
sorpassavano velocemente il “gozzo” senza rispetto per l’autenticità marinara,
inondandolo di alte scie di schiuma. >>








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