"FINIS TERRAE" NEL MARE: L'ARTE DELLA PIETRA DALL'ANTICHITA' AL PASSATO RECENTE, in ricordo del maestro Giovanni De Turris - Punta Campanella, Massa Lubrense, Campania, Italia
Punta
Campanella è una meta, è un punto di arrivo mitico, storico ed ambivalente, sia
dalla terra che dal mare; è il luogo in cui l’ultimo lembo di terra finisce, ed
i versanti scoscesi della montagna di Termini di Massa Lubrense, il Monte San Costanzo, sprofondano nelle acque dello
stretto denominato “Bocche di Capri”, che separa la penisola sorrentina
dall’isola frontistante.
Il camminatore che percorre la strada in discesa in direzione di Punta Campanella procede sul margine
strettissimo di un lungo strapiombo in cui la natura ostenta potenza
nella morfologia del suolo e vitalità nella vegetazione, nei colori e nella
luce tra terra e cielo, innanzi alla linea d’orizzonte sul mare, che da qui si estende per centinaia e centinaia di miglia prima di
incontrare altre terre: la Sicilia a sud e la Sardegna ad ovest.
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| la strada verso Punta Campanella (foto di Elia Fontana) |
Alcuni anni fa scrivevo nel mio libro dal titolo: "LUOGHI E VOLTI TRA MARE E TERRA DI MASSA LUBRENSE - RICORDI DI INCONTRI", un testo dedicato alla memoria di un maestro costruttore e restauratore di muri di pietra, che ho conosciuto personalmente: Giovanni De Turris.
Il libro in cui è pubblicato il racconto:
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Il racconto:
Un maestro dei muri di pietra (ricordo di Giovanni)
"Termini, via Campanella, anni ’60-’70 del secolo scorso.
Nella lunga distesa di oliveti tra le località Namonte e Pezzalonga, sul fianco della grande montagna strutturata a gradoni, con secolari muretti a secco eretti dai primi abitatori e coltivatori per contenere gli appezzamenti, esiste un muro che ha accompagnato la mia vita sin dall’infanzia.
Lo ho visto mentre veniva
restaurato, innalzandosi dalle fondamenta per alcuni metri a contenimento di un
terrapieno. Ne conosco tutti gli anfratti, le fessure e le convessità in cui,
da ragazzina agile ed incosciente, mi aggrappavo per compiere scalate
proibitissime in arrampicata libera, a mani e piedi nudi.
Ricordo il maestro che ha creato e/o restaurato questo ed altri
muri, nell’epoca in cui la tecnica corrente non era proprio quella antichissima
e primordiale dei muretti a secco, bensì una tecnica “mista”, che prevedeva
anche l’utilizzo della malta, senza nulla togliere all’artistica spontaneità
del paramento di pietra a vista, costituito da elementi di svariate pezzature e
di forme irregolari.
Mi posizionavo ai margini del cantiere, dove non intralciavo i
lavori, e li osservavo, spesso insieme con altri coetanei; rimanevamo tutti
fermi ed in silenzio, per ore.
Il maestro Giovanni era un uomo maturo, di media statura, asciutto ed atletico; il suo fisico armonioso era un fascio di nervi e di muscoli scolpiti. Indossava un pantalone blu con la cintura di cuoio marrone ed una maglietta bianca di cotone, a mezze maniche o a canottiera. Ricordo il suo volto mediterraneo sempre abbronzato, segnato dalle rughe dell’età e della fatica, incorniciato da pochi capelli, illuminato da grandi occhi azzurri emergenti sotto le sopracciglia scure e folte, ed adornato da baffi che non nascondevano il sorriso, disponibile per tutti.
A volte era un sorriso a metà, perché in bocca aveva sempre una sigaretta che si consumava fino al filtro, e dalla cui estremità pendeva un fascio di cenere ricurvo. Osservavo le mani, larghe e forti, mani callose di lavoratore esperto e datato, con alcune dita un po’ ingiallite, tipiche dei fumatori. Ho sempre associato il suo volto a quello dell’attore Burt Lancaster nel film “Il Gattopardo” di Luchino Visconti; chi ha conosciuto il maestro e lo ricorda, certamente noterà la somiglianza.
Il suo nome era antico, tipico del luogo, ed evocava, nella mia
fantasia, le antiche fabbriche delle torri di avvistamento attestate sui
promontori protesi nel mare, erette a presidio contro le invasioni dei Turchi.
Il maestro era coadiuvato nel lavoro da giovani apprendisti e manovali, ai quali impartiva ordini imperativi, netti ed indiscutibili, in un gergo per me non sempre comprensibile. Spesso tossiva e parlava con voce un po’ roca. Lo ricordo in ciabatte o a piedi scalzi (all’epoca non esistevano calzature antinfortunistiche né norme di sicurezza) mentre percorreva un cumulo di pietre chiare, spaccate a piccone dalla roccia calcarea, appuntite, durissime, assai poco lavorabili, grandi e pesantissime. A me bambina sembravano pietre cattive, dispettose, temibili, pietre che ferivano la vista ed il tatto. Ma Giovanni sapeva bene come dominarle ed addomesticarle.
Dal mucchio indistinto di pietre, sceglieva i pezzi secondo una logica misteriosa; li faceva trasportare in un altro luogo e, ad uno ad uno, li girava tra le mani e poi li posizionava sul suolo per scalpellarli, per dare la forma che assecondava le venature più accessibili della roccia della Madre Terra di Punta Campanella. Ogni pezzo di roccia diveniva un concio, un tassello unico che entrava a far parte di un insieme; questo si definiva secondo un disegno creativo, apparentemente improvvisato ma in realtà studiato in ogni minimo dettaglio.
Certamente il maestro era un erede degli antichi costruttori dei
muri a secco, ma i “suoi” muri, con quegli strati di malta sottile e poco
visibile, hanno sfidato più di dieci lustri senza mai cedere alla spinta del
terreno e senza alcuna traccia di dilavamento.
Ricordo la preparazione del basamento e tutte le operazioni di collocazione di ciascuna pietra, sopra ed accanto all’altra. Ogni concio occupava il suo posto, veniva posizionato dopo ripetute prove, rotazioni ed adattamenti millimetrici di posizione; i conci confinanti erano di volta in volta creati appositamente, su misura, per accompagnare la crescita dell’opera, dell’insieme, della sinfonia. Piccole fessure residue divenivano anfratti da riempire con minuscoli conci, gioiellini scelti e scalpellati ad hoc, creati ed accarezzati con cura come neonati.
Il maestro si affaticava e sudava durante i sollevamenti per collocare i conci; borbottava, parlava tra sé e sé, si arrabbiava talvolta con i manovali e con le pietre, ed ogni tanto gli scappava qualche bestemmia. A fine lavoro si fermava a riposare, in posizione eretta, a piedi scalzi sulla sommità del muro, soddisfatto e sorridente, con la sigaretta pendente nell’angolo della bocca.
Immediatamente raccomandava a noi bambini, spettatori incantati, di non avvicinarci, di non toccare nulla, di non azzardarci a salire sul muro. Quando l’opera era ben consolidata, nei giorni successivi, rifiniva la superficie sommitale con uno strato di malta ben lisciata, nella quale incideva motivi geometrici romboidali, ripetitivi, in alcuni punti non perfettamente regolari, ma pregevoli poiché tracciati ad occhio e senza ausilio di squadre o di misuratori.
In queste incisioni, che percorrevo con le dita durante
interminabili pomeriggi di stasi nella calura estiva, riposavano al sole
lucertole immobili, o procedevano lunghe colonne di formiche che trasportavano
pagliuzze di fieno e piccole foglie di olivo cadute dagli alberi sovrastanti.
Quanto era bello osservare il maestro all’opera! Adesso lo farei con maggiore interesse e consapevolezza, ma non so se in zona siano ancora presenti ed attive maestranze così abili nell’antica arte costruttiva dei muri di pietra, che ha disegnato nei secoli il paesaggio di questa terra".
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| il maestro Giovanni accanto ad un muro da restaurare, in località Namonte (foto da archivio della famiglia De Turris) |
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| Giovanni (foto da archivio della famiglia De Turris) |
In conclusione di tanti ricordi ed emozioni, spero che turisti ed escursionisti che giungono numerosi a Punta Campanella per ammirarne il paesaggio attraversando il crinale della montagna, calpestino con passo lieve questa terra mitica, intrisa di mistero, storia, cultura e tradizioni di cui si sta perdendo, in parte, la memoria.
Proprio la memoria definisce l'identità di una comunità, custodisce un patrimonio culturale materiale ed immateriale che, se trasmesso al futuro di generazione in generazione, nel tempo può offrire un contributo alla Storia.
Pensando all'iperturismo che investe la penisola sorrentina, mi torna in mente una significativa frase di Giancarlo De Carlo (architetto urbanista, 1919-2005), la quale 38 anni fa divenne la linea guida della mia tesi di laurea in urbanistica sulla penisola sorrentina:
"Città e casali nella penisola sorrentina - Questioni di riequilibrio":








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